spunti e riflessioni, per un giorno che sia davvero buono

Articoli con tag ‘Mafia’

Beato Pino Puglisi


Il 15 settembre del 1993, a Palermo, nel quartiere Brancaccio, un commando di Cosa Nostra capitanato da Salvatore Grigoli, detto U Cacciatori, uccide don Giuseppe Puglisi, in piazza Anita Garibaldi, davanti al portone della sua casa.

Il puro di cuore è colui che ha un comportamento senza doppiezze, colui che è semplice e sincero dice e fa la verità. Chi è sincero è già nella gioia e potremmo dire che i suoi occhi sono limpidi.

(Beato Pino Puglisi)

La doppiezza dimezza il valore delle persone!

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Rocco Chinnici

Rocco Chinnici (Misilmeri, 19 gennaio 1925 – Palermo, 29 luglio 1983) è stato un magistrato italiano, una delle vittime di Cosa Nostra. È divenuto famoso per l’idea dell’istituzione del “pool antimafia”, che diede una svolta decisiva nella lotta alla mafia.

Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai.

(Rocco Chinnici)

Chinnici era un uomo semplice e schietto; il suo viso ricordava la Sicilia contadina, pulita; i suoi occhi esprimevano bontà grande, intelligenza e fermezza. Come Cesare Terranova, del fenomeno mafioso sapeva cogliere sempre e solo l’essenziale, senza vagare tra le nuvole di teorie astratte, improbabili e romanzesche o nello scetticismo interessato e mistificatorio. (Emanuele Macaluso)

Oggi il ricordo va a tutte quelle persone che hanno donato la vita per la lotta contro la mafia.

Tu puoi dire no


Oggi ricordiamo la strage di capaci, un attentato messo in atto da Cosa Nostra in Sicilia, il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci nel territorio comunale di Isola delle Femmine, a pochi chilometri da Palermo. Nell’attentato persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Teresa, una giovane animatrice della mia parrocchia, con la sua classe, ha vinto un concorso nazionale indetto dalla Fondazione Falcone insieme al Ministero dell’Istruzione. Oggi, a 25 anni dall’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta, durante il Convegno annuale nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo, Teresa e alcuni suoi compagni e professori ritireranno il premio che hanno vinto.
La sua classe ha realizzato un video pieno di immagini e frasi contro la mafia. La parola d’ordine è «abbattere il muro del silenzio».

Alla fine del video si può ascoltare una canzone che hanno composto per il concorso, condivido con voi il testo molto interessante:

Tu puoi dire no

Ti hanno detto che é giusto rubare il tempo
Ti hanno detto che é giusto seguire lo stampo
Ti hanno detto che è giusto usare il ferro
Ti hanno detto che è giusto pure l’inferno

Tu puoi dire no
Tu puoi dire no
Tu puoi dire no
La famiglia non vuol dire appartenenza
Puoi dire no a tutta questa violenza

Ascoltami piccolo piccolo mafioso
Ascoltami piccolo ti hanno rinchiuso
Ascoltami piccolo piccolo mafioso
Ascoltami piccolo puoi non essere rinchiuso

Tu puoi dire no
Tu puoi dire no
Tu puoi dire no
La famiglia non vuol dire appartenenza
Puoi dire no a tutta questa violenza

Ti hanno detto che é giusto tacere
Ti hanno detto che è meglio morire
Ti hanno detto che è questione di onore
Ti hanno detto che il boss è il tuo padrone

Peppino Impastato


La vuci, chi gridava ’nta chiazza

Oggi ricordiamo Peppino Impastato, ucciso a Cinisi (PA) il 9 maggio 1978.

A Peppino e a tutte le vittime innocenti della mafia che ancora ci sfuggono, dedichiamo la nostra memoria e il nostro impegno.

Chistu unn’è me figghiu.
Chisti un su li so manu
chista unn’è la so facci.
Sti quattro pizzudda di carni
un li fici iu.
Me figghiu era la vuci
chi gridava ’nta chiazza
eru lu rasolu ammulatu
di li so paroli
era la rabbia
era l’amuri
chi vulia nasciri
chi vulia crisciri.
Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti,
omini di panza
ca un vannu mancu un suordu
patri senza figghi
lupi senza pietà.
Parru cu iddu vivu
un sacciu parrari
cu li morti.
L’aspettu iornu e notti,
ora si grapi la porta
trasi, m’abbrazza,
lu chiamu, è nna so stanza
chi studìa, ora nesci,
ora torna, la facci
niura come la notti,
ma si ridi è lu suli
chi spunta pi la prima vota,
lu suli picciriddu.
Chistu unn’è me figghiu.
Stu tabbutu chinu
di pizzudda di carni
unn’è di Pippinu.
Cca dintra ci sunnu
tutti li figghi
chi un puottiru nasciri
di n’autra Sicilia.

Felicia Impastato (Mamma di Peppino)

Me figghiu era la vuci, chi gridava ’nta chiazza… e questa voce grida ancora ai nostri giorni, voce di giustizia, di onestà e di verità.

Giuseppe (Pippo) Fava

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Moriva il 5 Gennaio del 1984 Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia.

Cronista di libertà, intellettuale allergico a ogni forma di ingiustizia, cittadino in lotta contro il potere mafioso. L’eredità di Giuseppe Fava, noto con il diminutivo Pippo, ha un valore incalcolabile per le nuove generazioni di giornalisti alla perenne ricerca della verità.

Nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, dopo la laurea in giurisprudenza divenne caporedattore del quotidiano Espresso sera e in questo periodo si avvicinò al teatro (scrivendo numerosi drammi) e al cinema, curando la sceneggiatura di “Palermo or Wolfsburg” (premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino 1980). Assunta la direzione del Giornale del Sud, ne fece un avamposto contro gli affari e le collusioni tra politica, imprenditoria e Cosa nostra.

Licenziato per le inchieste scomode, proseguì le sue battaglie sul mensile I Siciliani e in TV, come la storica e ultima intervista con Enzo Biagi, nel corso della quale pronunciò parole lapidarie come queste: «Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione».

Otto giorni dopo, la sera del 5 gennaio del 1984 venne freddato con cinque colpi di pistola, davanti alla redazione del giornale. Derubricato a omicidio passionale e successivamente per motivi economici, trascorsero dieci anni prima che venisse riconosciuta la matrice mafiosa, sancita nel 2003 dalla definitiva condanna all’ergastolo del boss Nitto Santapaola, come mandante, e di Aldo Ercolano, come esecutore.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Don Pino Puglisi


Oggi voglio ricordare il Beato don Pino Puglisi ucciso il 15-09-1993.

Divenuto sacerdote della Chiesa Palermitana, era ben conscio della pessima situazione della città, dilaniata dall’azione delle cosche mafiose in cui è suddivisa oltre che dalla microcriminalità, e si diede subito a operare nel tessuto sociale, particolarmente in quelli più diseredati o in cui comunque la macchia della delinquenza è più radicata, portando ovunque buoni risultati. Attivo con speciale attenzione nella pastorale giovanile, riusciva a coinvolgere nei gruppi parrocchiali un sempre crescente numero di ragazzi togliendoli dalla strada (e quindi dalla criminalità) e mettendoli in guardia egli stesso della reale natura maligna delle organizzazioni da cui erano manovrati, oltre che dei pericoli in cui incorrevano. La sua fu una lotta aperta e dichiarata alla mafia che, sentendosi punta e minacciata da questo prete esemplare e dalla sua opera che si diffondeva rapidamente, commissionò così il suo massacro. link

Nella parrocchia tutta la pastorale dovrebbe essere attraversata dalla linea vocazionale insieme alla linea missionaria: “tutti chiamati, tutti mandati”
(Beato don Pino Puglisi)

Queste parole di don Pino, introducono bene al tema di quest’anno della pastorale vocazionale:
“VOCAZIONI E SANTITA’: IO SONO UNA MISSIONE”.

Il prossimo anno pastorale 2016-2017 affronta e studia il tema della missione, attraverso l’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” n. 273
“La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo”.

Non siamo chiamati per restare fermi, ma per annunciare a tutti l’Amore di Dio per noi.

Libero per sempre


25 anni fa veniva ammazzato dalla mafia Libero Grassi, che non si lasciò imprigionare dalla prepotenza e dalla cattiveria della mafia. Oggi il mio pensiero va a lui e a tutte le persone che lottano contro la mafia.

Il 10 gennaio 1991 l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia denunciò sulla prima pagina del Giornale di Sicilia i suoi aguzzini. L’appello venne ripreso da altri quotidiani e in televisione. Secondo molti fu l’inizio della lotta contro il “pizzo”.

“Caro estortore… Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”.
Iniziava così la lettera di Libero Grassi (sotto la versione integrale) pubblicata in prima pagina dal Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991. Il giorno dopo davanti alla Sigma, la sua fabbrica di capi d’intimo a Palermo, c’erano carabinieri, cameramen di televisioni e giornalisti. L’imprenditore consegnò a polizia e carabinieri 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione. Grassi venne assassinato da Salvino Madonia il 29 agosto 1991 per essersi opposto al pizzo e per aver denunciato con dovizia di particolari i propri estorsori. Venne anche lasciato solo, anzi criticato, dalle organizzazioni degli imprenditori. Il killer, condannato all’ergastolo, rampollo di una potentissima famiglia attese Grassi sotto casa assieme a Marco Favaloro, poi pentito. Gli sparò alle spalle, senza neanche guardarlo negli occhi.

Il testo della lettera di Libero Grassi pubblicata sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991

“Caro estortore
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.