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Cenere in testa e acqua sui piedi


Ieri è iniziata la Quaresima, oggi condivido con voi, un pensiero illuminato di Don Tonino Bello, che ci aiuta a capire il vero significato di questo Tempo di Grazia.

Assolutamente da leggere e da vivere! Bellissimo!

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.
Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio.

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Il tempo è denaro?


Il tempo è denaro. Sarà anche vero. Ma vi confesso che non ho mai potuto sopportare la banalità di questo celebre detto. No. Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore.

(Tonino Bello)

Chi ti ama davvero ha tempo per te, nient’altro può sostituire il tempo passato insieme, tempo che diventa spazio del vero amore.

La roccia che non frana


Nonostante tutte le nostre frane, noi siamo Chiesa scelta e amata da Dio il quale, per giunta, non misura il suo amore sulla base del nostro rendimento in generosità. Egli continua a investire su di noi a fondo perduto. Perciò dobbiamo fare attenzione perché perfino nelle più spietate revisioni critiche del nostro comportamento ecclesiale, il lamento non scavalchi la letizia e lo scoraggiamento non prevarichi sulla speranza.

(Don Tonino Bello)

Nonostante tutte le nostre frane, non manchino mai nelle nostre comunità gioia e speranza! Le nostre frane passano, l’amore del Signore resta!

Il ritorno dell’uomo


Noi guardiamo l’Avvento un po’ troppo dalla parte dell’uomo. Forse bisognerebbe guardarlo di più dalla parte di Dio. Sì, perché anche in cielo oggi comincia l’Avvento. Il periodo dell’attesa. Qui sulla terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore. Lassù, nel cielo, è il Signore che attende il ritorno dell’uomo.

(Don Tonino Bello)

Ancor prima della nostra attesa c’è quella di Dio che desidera che torniamo a Lui con tutto il cuore, per vivere a pieno il dono della sua vita che ha voluto condividere con noi.

Essere per gli altri


Ricordiamoci che la Chiesa è per gli altri. Non può essere la palestra dove si misurano le nostre rivalità; il terreno dove si scontrano i nostri interessi; il supporto dove poggiano le nostre ambizioni. Una Chiesa di questo genere perde di credibilità. Non è segno di speranza per i tanti disperati di oggi.

(Don Tonino Bello)

Donaci il coraggio Signore di essere per gli altri, di non trattenere tutto per noi stessi, di non lasciar che il dono che possiamo diventare per tutti, diventi un seme sterile che non porta frutto.

Chiesa in uscita, gioia in entrata


Non possiamo rimanere in chiesa; la Messa è una forza che spinge fuori!
La Messa obbliga ad abbandonare la tavola, sollecita all’azione, spinge a lasciare le nostre cadenze residenziali. Ci stimola ad investire il fuoco che abbiamo ricevuto in gestualità dinamiche e missionarie. Se non ci si alza da tavola, l’Eucaristia rimane un sacramento incompiuto.

(Don Tonino Bello)

Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, «ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale».

(Papa Francesco E.G. n.27)

È ora di alzarci da tavola, per condividere con i fratelli la gioia della Parola, la forza del Pane e rendere viva la Chiesa!
Chiesa in uscita, gioia in entrata.

Una vita persa

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Io sono convinto che se la vostra vita la spenderete per gli altri, non la perderete. Perdereste il sonno, il denaro, la quiete, la salute. Ma non la vita.
(Don Tonino Bello)

Una vita persa è una vita spesa per nessuno.

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