spunti e riflessioni, per un giorno che sia davvero buono

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Attendere è sempre segno di speranza


Nei primi passi del tempo di Avvento chiediamo a Maria, nostra madre, di donarci il dono della vigilanza…

Santa Maria, vergine dell’attesa, di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, vergine dell’Avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano. (Don Tonino Bello)

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Iniziare bene il Tempo d’Avvento


La vera tristezza non è quando,
a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa,
ma quando tu non attendi più nulla dalla vita.
E la solitudine più nera la soffri
non quando trovi il focolare spento,
ma quando non lo vuoi accendere più:
neppure per un eventuale ospite di passaggio.
Quando pensi, insomma, che per te
la musica è finita.
E ormai i giochi siano fatti.
E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta.
Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere.
Hanno detto addirittura
che la santità di una persona
si commisura dallo spessore delle sue attese.
Forse è vero.

(Tonino Bello)

Attese…

Il cammino dell’Avvento è un cammino carico di Luce e Speranza!

Alcuni spunti per uscire dalle tenebre dell’abitudine… per accendere il cuore, per aumentare il desiderio di correre incontro al Signore che viene.

– Lasciarsi illuminare dalla Parola, leggere il Vangelo del giorno.
– L’Avvento è tempo di lasciare spazio al Signore, vivere il più possibile l’essenziale e eliminare il superfluo.
– Spendere del tempo per gli altri, il regalo più bello che possiamo fare alle persone che amiamo siamo noi.
– Alla sera prima di addormentarsi un pensiero a Lui.
– Pensare ad un regalo per una persona che non lo riceverà da nessuno.

Signore, metti nel nostro cuore il desiderio di Te, solo così faremo dell’attesa non una situazione di immobilità o di perdita di tempo, ma un correrti incontro sapendo che sarai lì ad aspettarci a braccia aperte perché il dono più grande che ci hai fatto è una relazione vera e sincera con Te!

Cenere in testa e acqua sui piedi


Ieri è iniziata la Quaresima, oggi condivido con voi, un pensiero illuminato di Don Tonino Bello, che ci aiuta a capire il vero significato di questo Tempo di Grazia.

Assolutamente da leggere e da vivere! Bellissimo!

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.
Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio.

Il tempo è denaro?


Il tempo è denaro. Sarà anche vero. Ma vi confesso che non ho mai potuto sopportare la banalità di questo celebre detto. No. Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore.

(Tonino Bello)

Chi ti ama davvero ha tempo per te, nient’altro può sostituire il tempo passato insieme, tempo che diventa spazio del vero amore.

La roccia che non frana


Nonostante tutte le nostre frane, noi siamo Chiesa scelta e amata da Dio il quale, per giunta, non misura il suo amore sulla base del nostro rendimento in generosità. Egli continua a investire su di noi a fondo perduto. Perciò dobbiamo fare attenzione perché perfino nelle più spietate revisioni critiche del nostro comportamento ecclesiale, il lamento non scavalchi la letizia e lo scoraggiamento non prevarichi sulla speranza.

(Don Tonino Bello)

Nonostante tutte le nostre frane, non manchino mai nelle nostre comunità gioia e speranza! Le nostre frane passano, l’amore del Signore resta!

Il ritorno dell’uomo


Noi guardiamo l’Avvento un po’ troppo dalla parte dell’uomo. Forse bisognerebbe guardarlo di più dalla parte di Dio. Sì, perché anche in cielo oggi comincia l’Avvento. Il periodo dell’attesa. Qui sulla terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore. Lassù, nel cielo, è il Signore che attende il ritorno dell’uomo.

(Don Tonino Bello)

Ancor prima della nostra attesa c’è quella di Dio che desidera che torniamo a Lui con tutto il cuore, per vivere a pieno il dono della sua vita che ha voluto condividere con noi.

Essere per gli altri


Ricordiamoci che la Chiesa è per gli altri. Non può essere la palestra dove si misurano le nostre rivalità; il terreno dove si scontrano i nostri interessi; il supporto dove poggiano le nostre ambizioni. Una Chiesa di questo genere perde di credibilità. Non è segno di speranza per i tanti disperati di oggi.

(Don Tonino Bello)

Donaci il coraggio Signore di essere per gli altri, di non trattenere tutto per noi stessi, di non lasciar che il dono che possiamo diventare per tutti, diventi un seme sterile che non porta frutto.

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