spunti e riflessioni, per un giorno che sia davvero buono

Articoli con tag ‘comunità’

L’unione fa la forza

Un re buono si trova in punto di morte. Riuniti tutti i sudditi, ordina che gli venga portata una freccia e chiede al meno forte di loro di spezzarla. Questi soddisfa la richiesta con facilità. Poi fa portare un fascio di frecce legate assieme, e chiede al più forte di romperle. Costui, però, malgrado mille sforzi, non ci riesce. Allora il sovrano dice ai sudditi: «Ecco cosa vi lascio come eredità; l’unione tra voi. Siate uniti gli uni con gli altri. Questo vi darà una grande forza, alla quale, da soli, non sareste mai capace di attingere».

(Racconto ebraico)

Una comunità divisa, si spezza facilmente… una comunità unita è più difficile da spezzare.

Come rimanere uniti? Non contare solo sulle proprie forze, sulle capacità relazionali… per rimanere unita una comunità deve sempre contare su Gesù!
È il Signore infatti che ci fa un corpo solo!

Se c’è un fratello che sbaglia…si tende ad isolarlo, ma il compito della comunità è quello di tenerselo ancora più stretto, perché possa capire che insieme alla comunità è aiutato a non sbagliare più.

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II Domenica di Pasqua (A)


Mio Signore e mio Dio!

Dal Vangelo di oggi (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

È la comunità che ci fa sentire vivo il Signore!

Non cerchiamo il Signore in apparizione private, il Risorto si è manifestato sempre a due o più persone…
(Discepoli di Emmaus, donne, apostoli… anche Maria di Magdala non fu sola nell’incontro col Risorto, con lei vi erano due angeli).

È la comunità che ci fa sentire vivo il Signore! Anche se alcune volte ci sono comunità che ce lo fanno sembrare morto…

La comunità fragile, piena di ferite è il luogo dove il Risorto vuole “restare con noi”.

Quando andai da seminarista a Gerusalemme, Daniel Attinger, monaco di Bose, ci disse “le divisioni e lotte all’interno della Basilica del Santo Sepolcro sono le ferite che attestano che il Signore è davvero Risorto”.
Mi ha molto colpito, non ci avevo pensato… così è per le nostre comunità. Il Risorto si manifesta nella nostra fragilità, anche nell’incredulità e nonostante tutto siamo ancora qui ad annunciare Lui.

Negli ultimi tempi vi è nel cuore della Chiesa un gran desiderio di uscire, di annunciare al mondo un Gesù vivo… è compito di noi cristiani, delle nostre comunità rendere la Sua presenza una presenza Viva!

Anche a Tommaso Gesù non concede una rivelazione privata… L’errore di Tommaso è non accogliere la parola dei suoi fratelli “Abbiamo visto il Signore” … Gesù ancora una volta ci viene incontro e nella comunità (mai fuori da essa) permette a Tommaso, per permettere a tutti noi di mettere le dita nelle sue ferite!

Io vi ho amati davvero, anche voi amatevi come ho fatto io!

Gesù è davvero Risorto e davanti a Lui anche noi gridiamo “Mio Signore e Mio Dio!”

Il filo di un vestito

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Oggi voglio condividere con voi, questa bellissima preghiera di Madeleine.

Nella mia comunità, Signore, aiutami ad amare,
ad essere come il filo di un vestito.
Esso tiene insieme i vari pezzi
e nessuno lo vede se non il sarto che ce l’ha messo.
Tu Signore mio sarto, sarto della comunità,
rendimi capace di essere nel mondo
servendo con umiltà,
perché se il filo si vede tutto è riuscito male.
Rendimi amore in questa tua Chiesa,
perché è l’amore che tiene insieme i vari pezzi.

(Madeleine Delbrel)

L’anello di una catena


La mia riuscita non significa vittoria mia, ma vittoria di tutto un partito di amici, stretti l’un l’altro. Oggi l’individuo non ha più alcuna probabilità di successo, se non quando avrà compreso che deve fare parte di una catena, il suo merito consiste solo nel sapere scegliere la catena, di cui deve divenire un anello.
(San Giuseppe Moscati)

E tu di quale catena vuoi essere l’anello?

Comunità

Un giovane si recò un giorno da un padre del deserto e lo interrogò:
– Padre, come si costruisce una comunità?
Il monaco gli rispose:
– E’ come costruire una casa, puoi utilizzare pietre di tutti i generi; quel che conta è il cemento, che tiene insieme le pietre.
Il giovane riprese:
– Ma qual è il cemento della comunità?
L’eremita gli sorrise, si chinò a raccogliere una manciata di sabbia e soggiunse:
– Il cemento è fatto di sabbia e calce, che sono materiali così fragili! Basta un colpo di vento e volano via. Allo stesso modo, nella comunità, quello che ci unisce, il nostro cemento, è fatto di quello che c’è in noi di più fragile e più povero. Possiamo essere uniti perché dipendiamo gli uni dagli altri.

(J. Vanier, La comunità)

La comunità impastata dalle nostre debolezze diventa quindi il sostegno di ogni nostra fragilità.

Una bella riflessione… soprattutto per le nostre comunità parrocchiali.

È sempre così? Siamo sostegno per le fragilità dei fratelli e viceversa?